sabato 9 novembre 2013

Cavendish: Il sistema antidoping funziona solo nel ciclismo

Le Tour de France 2013 - Previews
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Le dichiarazioni del britannico Mark Cavendish, uno degli sprinters più forti in circolazione, sono destinate a sollevare un polverone. Dalle anticipazioni sulla sua biografia “At Speed”, che uscirà nei prossimi mesi, si capisce come Cavendish abbia puntato il dito verso tutti gli altri sport dove, a suo dire, esiste una disparità di trattamento in materia di controlli antidoping: “una mia persistente frustrazione è dovuta a questa discrepanza – ha ammesso il velocista britannico- ad esempio trovo scandaloso che l’International Tennis Federation abbia cominciato a preoccuparsi del passaporto biologico solamente 5 anni dopo rispetto all’Uci”.
Questa particolare procedura consente di monitorare nel tempo tutti i controlli del sangue e delle urine effettuati su un singolo atleta, ed è anche per questo che Cavendish ritiene il ciclismo come uno sport all’avanguardia nella lotta antidoping. ”Se poi pensiamo che nel 2011 i controlli effettuati al di fuori delle competizioni tennistiche siano stati appena 21 contro il 4.613 del ciclismo possiamo capire come ci sia qualcosa che non quadra”.
Cavendish ha voluto dire la sua anche su quanto dichiarato dal suo connazionale Tim Henman, che alla domanda “Come fanno i tennisti a recuperare velocemente da match di cinque set” ha risposto semplicemente che si aiutano con le flebo. Il ciclista ha fatto notare come quelle flebo siano assolutamente consentite nel tennis mentre siano giustamente vietate nel ciclismo. Così come pensano molti appassionati del pedale, non è giusto insomma che gli attuali ciclisti debbano pagare per gli errori del passato ed essere additati sempre come degli imbroglioni quando in altri sport, gli atleti ne escano puliti solo perchè i controlli sono scarsi o inesistenti.

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