di EUGENIO CAPODACQUA
ROMA - Ha pensato al
suicidio il giorno che nell'ormai lontano Tour de France 2007 è stato
cacciato via dalla corsa nonostante indossasse la maglia gialla per aver
mentito sul luogo in cui era (Italia invece del Messico) ai controlli
antidoping. Ma non ha esitato un attimo Michael Rasmussen a iniettarsi
di tutto e di più negli oltre dieci anni in cui si è dopato come un
cavallo. Epo, gh, ormoni, anabolizzanti e perfino l'emoglobina sintetica
di uso veterinario della cui esistenza aveva saputo "annusando"
l'ambiente dei colleghi. E non ha esitato un secondo neppure a gettare
fango e ignominia addosso a tutti i compagni. "A quel Tour - ha
scritto nel libro "Febbre gialla", uscito ieri in Danimarca - eravamo
tutti dopati". Tutti, dunque, secondo il 32 enne danese compresi Freire,
Flecha e Menchov che hanno negato ogni coinvolgimento. Ma Freire, tre
volte campione del mondo, ha detto di volersi rivolgere alla giustizia
ordinaria per avere ragione di questa che secondo lui è una vera e
propria menzogna.
"La notte dopo la mia cacciata - racconta Rasmussen - è stata quella più lunga e difficile della mia vita". Nel libro il danese rivela come avesse chiesto addirittura al padre Finn di farsi prelevare una sacca di sangue per transfonderselo. Solo un problema di incompatibilità ha impedito il misfatto. "I miei famigliari sapevano che io mi dopavo per andare più forte". Una situazione comune in quasi tutte le famiglie dove ci sono professionisti
Della formazione della Rabobank al Tour 2007 facevano parte il russo Menchov, gli olandesi Boogerd, De Groot, Thomas Dekker e Weening, oltre agli spagnolo Flecha e Freire e il tedesco Niermann. Boogerd, Dekker e Nierman hanno ammesso di essersi dopati. Freire, che ha smesso di correre nel 2012, invece ha minacciato querela e ha chiesto le scuse di Rasmussen, che ha prontamente fatto marcia indietro: "Non ho mai visto Flecha e Freire doparsi".

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