Il corridore danese torna a parlare della sua esperienza con il doping. “Alla Rabobank lo facevamo tutti, magari non prendevamo tutti le stesse sostanze, ma eravamo tutti riforniti dallo stesso team”. Sulla sua squalifica, Rasmussen dice: “Se non avessi incontrato Cassani, avrei vinto il Tour, sicuro. Se lo avessi chiamato, mi avrebbe coperto..”
Scritto da Andrea TABACCO (Twitter: @AndreaTabacco)
Pochi giorni dopo aver presentato la sua biografia, che ha spinto tra l’altro Ryder Hesjedal a confessare il doping assunto oltre dieci anni fa, Michael Rasmussen torna a far parlare di sé, fornendo nuovi terrificanti dettagli sul marcio che abitava nel ciclismo fino a poco tempo fa.
La Rabobank, nel 2007, era una formazione dopata. Completamente. “Al 100% -
conferma l’ex corridore in un’intervista concessa all’emittente danese
‘DR’ -. Non tutti magari hanno usato gli stessi prodotti, ma ciascuno
veniva rifornito dallo stesso team”. Di quella Rabobank, giusto per
rinfrescare la memoria ai più, facevano parte Dennis Menchov, Michael
Boogerd, Bram de Groot, Thomas Dekker, Juan Antonio Flecha, Oscar
Freire, Grischa Niermann e Pieter Weening.
A muovere i fili, dietro le quinte, era soprattutto il medico Geert Leinders, che - dice Rasmussen - era arrivato addirittura a contattare il padre
per convincerlo a donare del sangue che sarebbe poi stato re-iniettato
al figlio. "Era come superare la linea - ammette -. Non era facile, ma i
miei genitori erano a conoscenza del fatto che prendessi già dei
prodotti per andare più forte. Ma alla fine non c'era compatibilità e
non c'è mai stato doping ematico".
Ha tanta voglia di pulirsi la coscienza, Rasmussen, altrimenti non si
spiegherebbe l’ennesima intervista in poco tempo. L’ex corridore parla
anche al sito ‘politiken.dk’ con cui ricorda il Tour de France 2007,
la corsa che si stava preparando a vincere prima che Davide Cassani
smascherasse le sue menzogne sulla sua reperibilità: aveva assicurato di
essere in Messico a giugno, quando - invece - stava ultimando in Italia
la sua preparazione in vista della Grande Boucle.
"Se non avessi incontrato Cassani - spiega Rasmussen -, avrei vinto il Tour de France, sicuro.
E mi irrita il fatto che se l'avessi chiamato e gli avessi detto di
tacere, non avrebbe detto una parola. E' stato un professionista per 15
anni, conosce l'ambiente e se gli avessi chiesto di non dire nulla,
l'avrebbe fatto. Quando mentivo, venivo criticato - aggiunge Rasmussen -
Quando un corridore confessa, la gente lo critica perché non dice
tutto. Ma ora io sto vuotando il sacco e mi considero una delle persone
più sincere nel ciclismo perché adesso posso mettere fuori la spazzatura
una volta per tutte". Tutto giusto, per carità, ma alla vigilia di
tutto quello che è successo dopo, c’era anche un’altra possibilità, caro
Rasmussen: evitare di sbagliare, evitare di mentire. Evitare di
doparsi.

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